Ebola, la virologa: “Rischio di contagio bassissimo e non dagli immigrati”

Maria Capobianchi, direttrice del Laboratorio di virologia dell’Istituto malattie infettive Spallanzani di Roma, fa il quadro sul virus tra Africa e Occidente. In Europa può arrivare in aereo da missionari o cooperanti, ma non con gli sbarchi”.
ROMA – “Il rischio contagio in Italia è bassissimo ma non del tutto assente; in realtà il pericolo non sono i migranti che raggiungono le nostre coste con i barconi, perché la durata del viaggio in questi casi è superiore ai 21 giorni, durata massima del periodo di incubazione del virus. Se arriverà qualche caso in Italia, è prevedibile che si tratterà di cooperanti, missionari o lavoratori provenienti dai paesi affetti dell’Africa occidentale, esclusivamente tramite viaggi in aereo”. A fare chiarezza sulla diffusione dell’Ebola è Maria Capobianchi, direttore del Laboratorio di virologia dell’Istituto nazionale malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e membro del consiglio direttivo Amcli (Associazione microbiologi clinici italiani), che in questi giorni tiene un congresso nel quale si dibatte anche e soprattutto del virus che sinora, stando agli ultimi aggiornamenti dell’Oms, ha fatto quasi 5 mila vittime, quasi tutte in Africa e quasi la metà solo in Liberia. Lo Spallanzani, che è sede del laboratorio di riferimento nazionale per la diagnosi di Ebola, partecipa alle attività di due unità di Laboratorio mobile dislocate, su richiesta dell’Organizzazione mondiale della sanità: il progetto, finanziato interamente dall’Ue, vede la partecipazione del team italiano già da marzo in Guinea e da settembre in Liberia, sempre all’interno di un campus di Medici senza frontiere. Prossimamente sarà allestito un laboratorio mobile anche in Sierra Leone, che è il secondo paese per decessi dopo la Liberia e vive una vera e propria emergenza sanitaria: nel 2010 infatti si contavano appena due medici ogni 100 mila persone (negli Usa, per esempio, erano 240 per ogni 100 mila). “Questi sono i tre paesi dove Ebola è più diffuso – spiega ancora la dottoressa Capobianchi, che completa la mappa dell’emergenza nel continente nero – mentre in Nigeria, dove ci sono stati 20 casi (di cui 8 mortali, ndr) è stato ufficialmente debellato. C’è stato un caso, non mortale, in Senegal, mentre il primo decesso in Mali potrebbe far pensare a un nuovo paese a rischio”.
Dipende tutto dall’isolamento e dal rintracciamento dei contatti, aspetti decisivi nel contrastare una malattia che presenta i sintomi di una forte influenza con febbre solitamente superiore ai 38,5 gradi e prevalenza di problemi gastrointestinali e che si trasmette, come spiega tecnicamente l’esperta italiana, “attraverso contatto con i fluidi corporei che contengono il virus. Le misure di protezione consigliate sono quelle da contatto e da droplet, ovvero goccioline, per proteggersi dal virus contenuto nei liquidi biologici e nelle goccioline di aerosol emesse, ad esempio, con un semplice colpo di tosse dalle persone infette”. relativamente semplice nei paesi occidentali, come l’Europa, che possono contare su strutture attrezzate e pochi casi da trattare, ma non avviene lo stesso in Africa, “dove persino le pratiche dei funerali possono causare ulteriori contagi. Infatti in Africa i laboratori sono impegnati non solo nella diagnosi sui malati, ma anche sulle persone decedute, per impedire che i cadaveri siano trattati secondo le pratiche adottate nei riti funebri locali, che comportano esposizioni massicce dei parenti al virus”.
Questo ha fatto sì che i casi accertati siano stati al momento poco meno di 14mila, di cui un terzo risulta essere stato letale. “In realtà – spiega Capobianchi – il totale dei casi è sottostimato, perché possiamo avere una mappatura esatta delle morti ma non dei contagi. Quindi la mortalità può scendere fino al 25%, anche se mediamente oscilla intorno al 50%, facendo la media con situazioni in cui va oltre”. Come in Guinea, dove su 1.667 casi accertati, più di mille sono stati mortali: il 62,5%. Mortalità che, come ricorda l’Unicef, apre anche il dramma dei bambini: circa 4mila sono quelli diventati orfani a seguito della malattia, ma in totale i bambini colpiti indirettamente dall’epidemia (“circondati dalla morte”, dice l’organizzazione internazionale) sono 5 milioni. “Le scuole sono chiuse, i bambini sono confinati nelle loro case e scoraggiati a giocare con gli altri bambini”, ha spiegato Peter Salama, coordinatore globale dell’emergenza ebola per Unicef: “Oltre a quelli orfani, molti più bambini vengono allontanati per la loro protezione in centri di quarantena senza sapere se i loro genitori sono vivi o morti”.
L’epicentro del pericolo resta dunque l’Africa, da dove arrivano anche i 19 casi trattati fuori dal continente: “Sono tutti casi di persone diagnosticate in loco e poi rimpatriate per farsi curare, tranne una manciata di casi di contagio autoctono, come quelli del personale ospedaliero negli Usa (dove c’è stata una vittima, ndr) e in Spagna, dove l’unica infermiera colpita è stata isolata e salvata”. “Il virus in Europa – sottolinea ancora la direttrice del laboratorio dello Spallanzani – può arrivarci solo tramite persone che viaggiano in aereo: dunque non con l’immigrazione irregolare di cui tanto si parla, quanto nei paesi che hanno i più frequenti contatti turistico-commerciali con l’Africa: per questo motivo, il paese più a rischio in Europa deve considerarsi la Francia”. (Giuseppe Baselice)
Fonte:www.redattoresociale.it

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