Il gioco d’azzardo uccide. In un convegno a Soverato il fenomeno viene esaminato per una platea di studenti

E’ forse la dipendenza più subdola, perché non è visibile. Eppure lascia solo macerie dietro di sé, devastando intere famiglie. I numeri attorno al gioco d’azzardo sono impressionanti, e fanno detenere all’Italia il primato europeo di Paese in cui “si gioca” di più. Secondo quanto riportato dall’associazione “Libera”, il mercato del gioco d’azzardo ha un valore in Italia pari a 165 miliardi di euro (6 miliardi solo in Calabria), con una tassazione che è del 8,5%: segue la Germania con 15 miliardi di euro ed una tassazione pari al 20%. Ciò significa che la spesa procapite dedicata al gioco in Italia è di 2800 euro, mentre in Europa è di 200: un abisso separa, dunque, l’Italia dal resto d’Europa, perché allo Stato italiano il gioco “conviene”, e la liberalizzazione intervenuta a partire dagli anni Novanta ha fatto incrementare gli introiti ed ha fatto registrare schiere di “ludopatici” tra uomini, donne e minori.

Non chiamiamolo gioco, ma azzardo – tuona l’avvocata esperta di gioco d’azzardo Roberta Ussia, intervenuta al convegno organizzato dall’associazione “Il Mantello” il 28 aprile al teatro comunale di Soverato, alla presenza di studenti e di autorità civili e militari – Due milioni di persone in Italia soffrono di ludopatia, trascinando nel fondo intere famiglie. E’ una spirale dalla quale è molto difficile uscire, perché le persone ammalate di gioco si rivolgono agli usurai per saldare i debiti contratti, e nella ricerca spasmodica di soldi diventano violente, fino a compiere gesti estremi verso se stessi e gli altri”.

Mariarita Notaro, consigliera dell’Ordine dei Psicologi della Calabria, è andata anche oltre nel tracciare dal punto di vista psicologico i tre profili degli assidui giocatori: quello che vive distorsioni cognitive anche quando non gioca, quello emotivamente labile, e quello più grave, che presenta disturbi di natura psichiatrica. In tutti i casi il giocatore è una persona depressa, con un disturbo di dipendenza che può essere trattato solo da esperti nei SerD, nelle comunità e nelle associazioni di giocatori anonimi. Più difficile, poi, aiutare le donne rispetto agli uomini: mentre l’uomo, infatti, è sempre accompagnato dalla moglie nei percorsi di recupero, il contrario non avviene quasi mai.

La speranza è tutta riposta negli strumenti legislativi di repressione, anche se con la liberalizzazione si è dimostrato di voler andare da tutt’altra parte. E per un soffio la Calabria ha “rischiato” di far scuola sull’argomento, con l’approvazione, nel 2018, di una legge regionale che prevedeva due misure precise: il limite di orario (otto ore giornaliere, e comunque fino alle 22) ed il “distanziometro” per le sale slot, a 300 metri di distanza dal centro per i piccoli comuni al di sotto dei 5mila abitanti, ed a 500 metri per quelli al di sopra. Promotore della legge fu Arturo Bova, che all’epoca era presidente della Commissione Regionale contro l’Ndrangheta, fermamente convinto del fatto che per contrastare la criminalità organizzata occorresse contenere, con norme drastiche, il gioco d’azzardo: “La legge, che mise subito tutti d’accordo, subì successivamente una serie di rinvii e di modifiche – ha spiegato l’avvocato Bova – Si aggiunsero più ore di apertura delle sale gioco ed è stato eliminato il “distanziometro” per i comuni al di sopra dei 5mila abitanti. Eppure le sale slot si trovano nei grandi centri, e non nei piccoli. Serve una legge nazionale, perché la dipendenza da gioco si collega sempre ad altre dipendenze, e trascina nel baratro intere famiglie. Avete idea di quante persone insospettabili si rivolgono ai “compro oro” per debiti di gioco? Ed a quel punto si presentano i mafiosi come i “salvatori””.

Ai familiari, che subiscono la dipendenza del loro congiunto, spesso non rimane che rivolgersi ai sacerdoti, anche solo per trovare una parola di conforto: è così che don Piero Puglisi, presidente della Fondazione “Città Solidale”, ha raccontato il suo coinvolgimento “indiretto” nella conoscenza del fenomeno, in cui è facile cadere ma è molto complicato uscirne.

Avere il coraggio e l’umiltà di chiedere aiuto è, dunque, il primo passo da compiere: il resto sta nella prevenzione, che l’incontro promosso da “Il Mantello” – attraverso l’impegno di Alfredo Cosco, che per l’occasione ha svolto anche il ruolo di moderatore – ha mirato a realizzare con il coinvolgimento della platea di giovani studenti.

A loro il prefetto Castrese De Rosa ha rivolto l’invito a non essere risucchiati dai circuiti del gioco online, ed a non perseguire irregolarità – come uscire armati – che di divertimento non hanno nulla. La violenza dilagante tra i giovanissimi è stata al centro dell’intervento del consigliere regionale Ernesto Alecci, e della consigliera comunale di Soverato Concetta Gatto, in rappresentanza del sindaco Daniele Vacca: ma è stata la testimonianza di Lorenzo Costa, ex giocatore, ad attivare l’attenzione anche dei più svogliati. “Sono stato malato di gioco per anni, ho detto bugie, ho rubato l’oro in casa ai miei familiari, sono stato in comunità e mi sono ridotto a dormire alla stazione di Malpensa – ha raccontato – L’incontro con un prete mi ha portato a tornare qui, in Calabria, ed a risollevarmi con l’aiuto di tante persone. Ma ho provocato tante sofferenze, e dalla mia esperienza posso dire che è importante non caderci e di segnalare agli esperti chi ne soffre”.

 B. G.
Ufficio Stampa CSV Calabria Centro

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