Negli ultimi anni il rapporto tra pubblica amministrazione ed enti del Terzo settore ha conosciuto una trasformazione profonda, che non si limita all’introduzione di nuovi strumenti operativi ma investe il modo stesso di concepire l’azione pubblica. Si è progressivamente affermato un cambio di paradigma, dalla logica dell’affidamento, tipica dei modelli tradizionali, a quella della collaborazione. In questo nuovo scenario prende forma l’amministrazione condivisa, oggi riconosciuta come uno dei pilastri nella gestione delle politiche di interesse generale.
Il fondamento di questo modello si colloca nell’articolo 118 della Costituzione, che introduce il principio di sussidiarietà orizzontale. Le istituzioni non sono più gli unici soggetti legittimati a perseguire l’interesse generale, ma sono chiamate a favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini e delle loro organizzazioni. È proprio qui che si apre uno spazio inedito, gli enti del Terzo settore non sono più semplici esecutori di servizi, bensì co-produttori di politiche pubbliche, portatori di competenze, conoscenze e capacità di lettura dei bisogni.
Questo impianto trova una traduzione concreta nel Codice del Terzo Settore, in particolare negli articoli 55 e 56, che definiscono strumenti e modalità di coinvolgimento degli enti. L’articolo 55 introduce un principio chiaro e innovativo: le amministrazioni pubbliche devono assicurare il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore nelle fasi di programmazione e organizzazione degli interventi. Non si tratta di una semplice possibilità, ma di un orientamento strutturale dell’azione amministrativa, coerente con i principi di sussidiarietà, cooperazione, efficacia, efficienza e responsabilità.
In questo quadro, la co-programmazione rappresenta il momento strategico in cui istituzioni ed enti del Terzo settore analizzano insieme i bisogni del territorio, individuano le priorità e definiscono le linee di intervento. È una fase che incide profondamente sulla qualità delle politiche pubbliche, perché integra punti di vista diversi e valorizza il radicamento territoriale degli enti.
La co-progettazione riguarda invece la definizione operativa degli interventi e, in molti casi, anche la loro realizzazione. A differenza degli appalti tradizionali, la selezione dei partner non si fonda sulla competizione economica, ma sulla capacità di contribuire in modo efficace al progetto. Restano centrali i principi di trasparenza e imparzialità, ma cambia la logica di fondo, non più mercato, bensì collaborazione orientata alla produzione di valore pubblico.
Accanto a questi strumenti, l’articolo 56 disciplina le convenzioni con organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Si tratta di uno strumento che valorizza la dimensione solidaristica degli enti, prevedendo il rimborso delle spese effettivamente sostenute e richiedendo procedure comparative trasparenti. Le convenzioni risultano particolarmente efficaci quando consentono di garantire qualità, continuità dei servizi e tutela degli utenti in modo più vantaggioso rispetto al ricorso al mercato.
Nel loro insieme, questi dispositivi delineano un modello amministrativo distinto da quello competitivo. La combinazione tra co-programmazione, co-progettazione e convenzioni costruisce un sistema nel quale le politiche pubbliche vengono condivise fin dalla loro origine e realizzate attraverso relazioni collaborative. Non è un caso che il mondo accademico, giuridico e le principali reti di rappresentanza, come Forum Terzo Settore e CSVnet, abbiano riconosciuto nell’amministrazione condivisa un modello autonomo, fondato sulla partecipazione e sulla corresponsabilità.
A livello territoriale, l’attuazione di questo paradigma procede però a velocità differenziate. Accanto a esperienze avanzate, persistono contesti nei quali gli strumenti previsti dal Codice del Terzo Settore faticano a trovare piena applicazione. Alcuni enti locali hanno già intrapreso percorsi strutturati. Il Comune di Milano rappresenta un riferimento consolidato, grazie all’integrazione tra co-progettazione, gestione condivisa degli spazi e politiche di rigenerazione urbana.
Anche in Calabria emergono segnali interessanti. Il Comune di Catanzaro si è dotato di un regolamento sull’amministrazione condivisa dei beni comuni urbani e sta lavorando alla sua progressiva attuazione, mentre il Comune di Vibo Valentia ha avviato un percorso sulla gestione condivisa dei beni comuni, seppur ancora in una fase iniziale. A queste esperienze si affiancano quelle dei Comuni di Reggio Calabria, di Cosenza, Corigliano Rossano e Montepaone.
L’Amministrazione Condivisa dei beni comuni è un modello organizzativo che consente a tutti i cittadini attivi, singoli o associati, e all’amministrazione, di svolgere attività di interesse generale su un piano paritario.
ll Regolamento per l’Amministrazione condivisa dei beni comuni è un atto normativo che mette al centro la disciplina delle forme di collaborazione tra i cittadini e l’amministrazione, finalizzate alla cura, alla rigenerazione e alla gestione condivisa dei beni comuni.
I Patti di collaborazione sono il principale strumento per l’attuazione dell’Amministrazione condivisa dei beni comuni, ovvero un accordo attraverso il quale i cittadini attivi, gli ETS e i soggetti pubblici definiscono i termini della collaborazione, rendendo stabile la partecipazione civica nella cura e gestione dei beni comuni.
Un ruolo sempre più rilevante è assunto dal livello regionale, chiamato a consolidare l’amministrazione condivisa come modalità ordinaria di azione pubblica. Le regioni italiane che si sono dotate di una legge regionale sono Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Puglia, Marche, Molise, Lazio ed Umbria, alle quali si è aggiunta la Basilicata con la legge regionale n. 5 del 2026. Questa normativa introduce un modello organico e innovativo che integra il riconoscimento istituzionale degli enti del Terzo settore con strumenti di partecipazione, valutazione dell’impatto sociale e finanza sociale. La legge disciplina in modo puntuale co-programmazione, co-progettazione e convenzioni e richiama il principio di neutralità competitiva, chiarendo la distinzione tra amministrazione condivisa e mercato.
All’interno di questo ecosistema si rafforza anche il ruolo dei Centri di Servizio per il Volontariato. Sempre più leggi regionali li riconoscono come soggetti strategici di supporto tecnico, organizzativo e formativo. In Basilicata, ad esempio, il CSV partecipa agli organismi di governance e contribuiscono alla costruzione delle politiche regionali. Questo orientamento è ormai diffuso in diverse regioni italiane, dove i CSV sono parte integrante del sistema di relazioni tra pubblica amministrazione ed enti del Terzo settore.
In questo contesto, la funzione dei CSV, coordinati a livello nazionale da CSVnet, evolve in modo significativo. I Centri non si limitano più a erogare servizi, ma operano come veri e propri intermediari tra istituzioni e società organizzata. Facilitano i processi di co-programmazione e co-progettazione, accompagnano le amministrazioni, rafforzano le competenze degli enti e promuovono una cultura della collaborazione. Sono a tutti gli effetti agenti di cambiamento, impegnati nella costruzione di sistemi territoriali basati sulla fiducia e sulla corresponsabilità.
Naturalmente, il percorso non è privo di criticità. Persistono resistenze culturali all’interno delle amministrazioni, difficoltà applicative e una forte disomogeneità territoriale. A questo si aggiunge un bisogno diffuso di competenze specifiche, sia sul piano tecnico giuridico sia su quello metodologico. È proprio in questa fase che il ruolo dei CSV può rivelarsi decisivo, contribuendo a colmare i divari e a rendere effettivo il modello dell’amministrazione condivisa.
In definitiva, ci troviamo di fronte a una delle innovazioni più rilevanti nel rapporto tra istituzioni e società degli ultimi decenni. Gli articoli 55 e 56 del Codice del Terzo Settore tracciano una direzione chiara, costruire politiche pubbliche insieme agli enti del Terzo settore. La sfida oggi non è più definire il modello, ma renderlo pienamente operativo. È nella capacità di attivare connessioni, facilitare processi e accompagnare i territori che si gioca una parte decisiva del futuro dell’amministrazione condivisa.




