Fiaschi: il Recovery Fund sia al servizio della coesione sociale

L’intervento della portavoce nazionale del Forum del Terzo settore: «Con le risorse europee si dia vita a una grande azione di sostegno al Terzo settore, si definiscano i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e si crei una vera e propria Rete nazionale della protezione sociale».
La pandemia da Covid-19 ha aperto in Italia la più grande emergenza sociale dal dopoguerra, nella quale i bisogni connessi al lavoro di cura, assistenza, educazione, conciliazione tra tempi di vita e lavoro, sono tornati ad essere questione centrale. Per dare una risposta a questa emergenza si sono mobilitate tutte le energie positive delle nostre comunità: il mondo del Terzo settore, dal volontariato all’impresa sociale, ha svolto un ruolo fondamentale non solo garantendo continuità di servizi e assistenza, ma anche sviluppando in poche settimane nuove soluzioni a sostegno dei cittadini, in particolar modo quelli più deboli.
Gli enti del Terzo settore, nell’emergenza come nella normalità, producono fiducia e coesione sociale, fattori fondamentali per lo sviluppo, e ancor più fondamentali per quel modello di sviluppo inclusivo e sostenibile a cui tende l’Unione Europea. Per questo riteniamo che con le risorse del Recovery Fund si possa dar vita a una grande azione di sostegno al Terzo settore, definire i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) introdotti con la riforma del Titolo V della Costituzione, creare una vera e propria Rete nazionale della protezione sociale per consolidare le esperienze maturate nel tempo dell’emergenza.
Il Terzo settore ha già avuto la riforma della sua legislazione, e adesso è il momento di sostenerlo estendendo ai suoi enti le misure che saranno oggetto del Recovery Plan: per ogni suo progetto si dovrà verificare se gli ETS possono essere coinvolti, perché il Terzo settore non è confinato agli aspetti strettamente sociali, ma è un mondo che in Italia conta oltre 350mila organizzazioni, 5 milioni e mezzo di volontari, e 850mila dipendenti, producendo oltre il 4% del Pil nazionale, ed opera su numerose attività di interesse generale. Pensiamo quindi a un coinvolgimento nei progetti per la transizione energetica e per l’economia circolare, per la valorizzazione del patrimonio culturale, per l’inserimento lavorativo e per la valorizzazione delle competenze.
Un Piano d’azione nazionale per l’economia sociale come quello che immaginiamo deve prevedere anche un aumento della dotazione ordinaria di risorse, e della dotazione del fondo rotativo per il sostegno all’economia sociale, prevedendo misure di supporto alla capitalizzazione; una proroga per tre anni delle misure su accesso al credito e crediti di imposta deliberati nel periodo dell’emergenza; un potenziamento della capacità di impatto sociale del mondo delle Fondazioni di origine bancaria, anche con misure ulteriori di favore fiscale.
Al fine di ridurre le disuguaglianze del Paese, tuttavia, è fondamentale definire e implementare i Lep, per la prima volta a quasi vent’anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione. È un lavoro complesso, dal momento che i Lep attengono ai diritti civili e sociali, e vanno dunque declinati su un ampio spettro di politiche. Pensiamo in primo luogo alle politiche sociali: il contrasto alla povertà, il sostegno per la disabilità e la non autosufficienza, così come le azioni a supporto degli anziani, gli aiuti per la maternità, le politiche per l’infanzia e la gioventù. Ma pensiamo anche alle politiche culturali, per quanto riguarda ad esempio il patrimonio storico e artistico. Nella situazione attuale, senza una normativa nazionale che stabilisca i Lep, la scarsità dei fondi destinati alle politiche sociali e dei trasferimenti agli Enti locali rischia di determinare una forte riduzione dei servizi, con disparità evidenti tra le varie aree del Paese. La spesa sociale procapite in Emilia Romagna è di 163 euro, e in Calabria di 22 euro: è una sperequazione non più accettabile. Sappiamo che si deve assicurare l’efficienza della spesa, ma pensiamo che servano dei correttivi volti a considerare la sua efficacia. Questo, per noi, significa rendere vincolante nella determinazione del fabbisogno presente, e di quello prevedibile, la valutazione dell’impatto della spesa sociale sui cittadini e i loro diritti: e, naturalmente, significa provvedere a un finanziamento adeguato.
Chiediamo, infine, che una parte delle risorse del Recovery Plan sia dedicata alla creazione di una Rete nazionale di protezione sociale. Una rete dove sia centrale il ruolo degli enti del Terzo settore, in particolare quelli con una grande capacità aggregativa, che riescono ad associare persone ed organizzazioni di base che interagiscono con le pubbliche amministrazioni del territorio, e possono costruire una lettura multidimensionale dei bisogni delle persone, con un orientamento più efficace ai servizi e alla presa in carico dei destinatari. La rete può rafforzare la capacità di comunicare e di agire degli enti del Terzo settore, aprendosi ad altri attori del tessuto economico e culturale, donatori privati, portatori di interessi complementari. Ed un utilizzo intelligente e partecipato delle tecnologie può servire a rafforzare la coesione sociale delle comunità. di Claudia Fiaschi
www.vita.it

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