“Non chiamiamola emergenza educativa…”

Un’esplorazione del disagio giovanile attraverso l’impegno del Centro Calabrese di Solidarietà

Con il termine ‘emergenza educativa’ ci si riferisce a una situazione in cui “il sistema educativo di una determinata area o paese è compromesso a causa di una serie di fattori o eventi(…) Può avere gravi conseguenze per la popolazione coinvolta, in particolare per i bambini e i giovani, che possono essere privati dell’opportunità di apprendere e svilupparsi pienamente. Questa situazione può portare a un divario educativo significativo e avere impatti a lungo termine sulla società, inclusi problemi di disoccupazione, povertà e mancanza di opportunità” (cit. Fondazione Paoletti).

Ma quanta emergenza educativa “esiste” alle nostre latitudini?

Lo abbiamo chiesto al pedagogista Claudio Falbo, che nel Centro Calabrese di Solidarietà è un punto di riferimento per l’attività di prevenzione, specie nei confronti dei ragazzi: “Per favore, non chiamiamola “emergenza” – chiarisce subito nel corso dell’intervista – Forse poteva avere un senso vent’anni fa, non ora che la situazione è ormai “cronicizzata”. Le falle nel sistema educativo erano già evidenti decenni fa, ma noi adulti non abbiamo saputo intercettarle. In più, viviamo oggi una crisi identitaria dei genitori – meno coesi rispetto alle famiglie di “ieri” – senza precedenti, che altro non fa che alimentare un sistema già minato da mille dubbi e dalla mancanza di spazi di confronto”.

Meno tempo dedicato ai figli, dunque, ma soprattutto meno tempo di qualità, in cui a prendere il sopravvento è l’uso sconsiderato dello smartphone, anche tra gli adulti: “C’è un prima e c’è un dopo, ed è determinato proprio dall’avvento dei social e del cellulare – continua Claudio Falbo – Prima si usciva di più, ci si incontrava, si faceva attività all’aria aperta. Ora si è vittime di una nuova dipendenza, che va ad aggiungersi a quelle più tristemente conosciute sempre in aumento. E ciò che è diventato cronico va a cronicizzarsi sempre di più. È un fenomeno che non si risolve, purtroppo, e che crea patologie. A questo punto serve solo una presa di coscienza collettiva, non più rimandabile”.

Disturbi alimentari, dipendenze da alcol e droghe, comportamenti devianti e tendenze suicidarie sono conseguenze di uno sguardo d’amore “che manca”, e che sfocia in un’incompetenza emotiva affettiva rivolta verso se stessi e verso gli altri.

La carenza di servizi di Neuropsichiatria Infantile nella nostra regione va, poi, a complicare un quadro decisamente poco classificabile in termini di dati e percentuali. Ed ecco che la via perseguita è quella del progetto approvato, che rende bene in termini di risultati, ma che reca in sé una fine già annunciata. Con conseguenze ancora più gravi per l’utente adolescente che vive un disagio di qualunque natura.

“A Beautiful Mind”, un progetto sperimentale contro la povertà educativa minorile, sostenuto da “Con i Bambini”

“A Beautiful Mind” è un progetto sperimentale  pensato per adolescenti con fragilità e difficoltà emotive o sociali, ai quali vengono offerte opportunità di incontro, confronto e partecipazione attiva, in un luogo “non medicalizzato” qual è il Centro Polivalente di Catanzaro – prosegue Falbo –  Il Centro Calabrese di Solidarietà è l’ente capofila, con il quale collaborano la Fondazione Albero della Vita, la Caritas Diocesana, la Cooperativa Eureka, il Centro Qui e Ora, l’Associazione culturale Teatro Incanto e numerosi istituti scolastici della provincia. Il progetto è sostenuto da “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, ed è il primo in Calabria di questo genere. Qui trovano accoglienza ragazzi segnalati dai Servizi di Neuropsichiatria e dai Servizi Sociali, che vengono coinvolti in attività ed hanno l’opportunità di relazionarsi con i pari. Ma quando il progetto si concluderà, cosa accadrà?” E’ una domanda destinata a restare senza risposta, perché così si è sempre fatto, e così sarà in futuro, senza soluzione di continuità. Ed i progetti già finanziati è difficile che possano essere riproposti.

Così i ragazzi, che si ritrovano al Centro Polivalente semplicemente per essere ascoltati e considerati da chi ha le competenze per farlo – il progetto prevede, infatti, la presenza costante di psicologi e di educatori – e per condividere esperienze, laboratori e attività di animazione con i propri coetanei, dovranno abituarsi ad un nuovo distacco.

“Senza filtri”, la ricerca sugli adolescenti a rischio di Save the Children

Eppure, dalla corposa ricerca sugli adolescenti a rischio “Senza filtri”, pubblicata da “Save the Children” nel 2025, risulta quanto essi non vogliano essere solo destinatari di interventi, bensì protagonisti di trasformazioni: “(…) E’ tempo che gli Enti locali rispondano alla fame di spazi autogestiti da ragazzi e ragazze, perché dare fiducia significa riceverla. Che le Politiche giovanili siano costruite con i giovani, per contrastare l’aumento delle disuguaglianze economiche che discriminano nelle opportunità di viaggiare, fare sport, studiare, sperimentare. Anche il mondo del terzo settore deve ripensarsi, per non lasciare ai margini chi non si conforma ai vecchi schemi associativi, come gli adolescenti, ma usa e propone nuove e diverse forme di impegno civico” – così spiega la psicologa Stefania Andreoli, di cui abbiamo riportato un estratto, all’interno della ricerca.

Un discorso a parte, poi, merita la scuola, il luogo deputato “al benessere emotivo e a formare alla relazione, all’affettività e alla sessualità”: eppure è proprio qui, come riporta la ricerca, che quasi il 20% dei 14­19enni afferma di aver subito più volte al mese un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione. “In adolescenza, il meglio che si può auspicare per un figlio è che sia esattamente come gli altri” – è riportato ancora nella ricerca di “Save the Children” – Sono i pareri dei coetanei quelli da considerare, mentre quelli dei genitori perdono di efficacia. E’ una nuova frontiera della povertà educativa che potremmo definire povertà emotiva: la difficoltà di dare un nome alle emozioni, esprimere sentimenti, esercitare empatia e rispetto, praticare la non violenza, accogliere le diversità come una ricchezza e non come una minaccia. Una frontiera in cui si gioca la sfida educativa più rilevante del nostro tempo, quella che deve affrontare piaghe sociali come il bullismo e la sua versione digitale, il cyberbullismo” (Stefania Andreoli, ndr).

Che si tratti, infine, di un adolescente di periferia o di un centro cittadino, poco cambia: “Le storie di abbandono sono ovunque le stesse, a Caivano così come nella ricchissima Brianza – tiene a precisare Falbo – Al Polivalente giungono ragazzi dei vari quartieri della città, da viale Isonzo a Mater Domini, ognuno con il suo carico di problemi. Certo, vivere in una città rispetto ai piccoli centri garantisce la possibilità di usufruire di più servizi e presidi territoriali, ma ciò non toglie che anche chi sta in centro avverta una solitudine tale da non scorgere prospettive future”. Non esistono zone franche quando si parla di disagio giovanile, né forme predefinite.

All’origine c’è solo un’esigenza: farsi vedere. Con i propri dubbi, le proprie fragilità. Perché se è vero – come recita un antico proverbio africano – che “per crescere un minore ci vuole un intero villaggio”, è ancor più vero che a fare i danni, in questo caso, è proprio il villaggio.

B. G.
Ufficio stampa CSV Calabria Centro